lunedì 2 ottobre 2017

BlogTour: C'era una volta a New York di Cecile Bertod



Oggi ospitiamo la quinta tappa del blog tour dedicato a "C'era una volta a New York" di Cecile Bertod (in uscita il 5 ottobre) e parleremo un po' di moda...

                                                           

Trama: Fin da bambina Sophie ha sognato di sposare un nobiluomo con una rendita sufficiente a garantirle il tipo di vita a cui è stata abituata: circoli esclusivi, vestiti d’alta moda, serate di gala. Ma, malgrado l’indiscutibile fascino, non è ancora riuscita a realizzare il suo proposito e, alla soglia dei ventotto anni, sa di non avere più molto tempo a disposizione. Alric, per quanto vecchio e terribilmente noioso, potrebbe rappresentare l’ultima possibilità per sistemarsi e così, una mattina, Sophie indossa il suo abito migliore e lo raggiunge, decisa ad accettare la sua proposta. C’è però una cosa che Sophie non ha previsto: il suo nome è Xavier. Un piccolo-borghese mai visto prima che irrompe nel salotto di rue d’Orsel deciso a infangare il suo buon nome. Xavier sostiene che Sophie non sia affatto la donna che vuol far credere, ma anzi, che un tempo sia stata la sua amante e ora gli nasconda suo figlio. Xavier non intende lasciarla andare prima di averlo ritrovato. Sotto lo sguardo sgomento di Alric, Sophie viene trascinata via e condotta su una nave che salpa per New York. E da quel momento inizia la sua sorprendente avventura…




Non vi mentirò, non sono mai stata un’esperta di moda. Figurarsi della moda del primo Novecento. Ovviamente ho visto ritratti, ho letto libri e, sì, non nego di aver subito il fascino di un’epoca sempre più distante ma che, o forse proprio grazie al tempo che ci separa, è riuscita a spingermi a curiosare un po’.

Sarà la passione per il romanzo storico o quella per un tempo in cui vigevano regole ben diverse da quelle che condizionano le relazioni umane nell’età contemporanea, ma sfido chiunque abbia avuto la possibilità di leggere storie ambientate nel passato a negare di essersi mai persa nell’immaginare cosa provassero le eroine di quelle storie e, di conseguenza, le donne di quella data epoca nell’indossare quegli abiti… Va bene, forse avrei evitato volentieri i corsetti. O almeno avrei accettato di indossarli solo per il gusto di provare che cosa si provasse ad averli indosso, cercando di liberarmene il più velocemente possibile. Sì, immaginate bene, non sono una grande sostenitrice di costrizioni di alcun genere, neanche nell’abbigliamento. 

Forse non mi sarei ambientata così bene come amo illudermi mentre leggo di affascinanti Lord e Lady, lo ammetto. 
Ma lasciamo da parte le illusioni e cerchiamo di intraprendere un rapido viaggio nella moda degli inizi del ‘900. 

Nella seconda metà del 1800, sono due i grandi cambiamenti che condizioneranno l’evolversi del mondo della moda: la produzione di modelli in serie, grazie ai telai meccanici e alle macchine per cucire e, quindi, il trasformarsi della moda in un prodotto di massa e, grazie alle creazioni di Worth la nascita dell’haute couture – l’alta moda -, che si rivolge a un pubblico d’élite.
E al centro di questi cambiamenti epocali troviamo Parigi, la città della luce. È qui che nascono nuovi stili, nuovi modi di sfruttare gli abiti per mostrare al mondo l’immagine di sé attraverso la quale si desidera essere riconosciuti e, perché no, invidiati e imitati. Perché la moda è anche e soprattutto questo: un mezzo attraverso cui esplorare e indagare caratteristiche del proprio Io e renderle visibili al prossimo, una dichiarazione d’intenti, forse, di certo un modo per esprimere il proprio estro creativo sfruttando colori e tessuti, rimanendo fedele a uno stile tradizionale o sperimentare nuovi abbinamenti, tagli e fantasie. 

No, ripeto, non sono un’esperta di moda, ma amo osservare le persone. E, per quanto poi ci si sforzi di andare oltre nel conoscere qualcuno, ciò che a un primo sguardo ci colpisce è cosa indossa e, sì, anche come lo indossa. 
Inutile negarlo, in ogni epoca l’apparenza ha avuto il suo peso nell’aiutare gli esseri umani a scegliere in quale categoria o classe sociale inserire il prossimo. 

Gli abiti vittoriani sono ormai entrati nell’immaginario collettivo, grazie anche alle trasposizioni televisive e cinematografiche di grandi classici dell’epoca. Visivamente molto piacevoli, certo, ma forse non molto comodi per le povere donne costrette a indossarli: vi ho già detto del mio poco amore per il corsetto, ma vogliamo parlare della crinolina? Però pizzi e merletti forse meritavano lo sforzo, forse… non ne sono così sicura. 
La fine del secolo porta con sé novità non solo nel modo di produrre abiti ma anche, ovviamente, nello stile. Inizia a diffondersi il tailleur per donna e, seguendo l’ondata di critiche per i danni causati dal corsetto, le linee delle vesti si fanno più morbide e sciolte, ispirate allo stile orientaleggiante. 

Non fingerò di essere una grande conoscitrice di questo personaggio, se non avessi dovuto scrivere questo articolo probabilmente non avrei mai saputo della sua esistenza. O magari sì, per sentito dire. Insomma, non lo conoscevo ma, dopo aver visto e immaginato tanta sofferenza patita dal mondo femminile a causa di un abbigliamento fascinoso ed elegante, certo, ma per certi versi dannoso per la salute di quelle povere donne, mi sento di rivolgergli un sentito grazie. 
Grazie, Paul Poiret - famoso creatore di moda francese, uno dei più importanti del Novecento - per aver deciso che si poteva anche fare a meno di quel maledetto corsetto.


                                                   

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