lunedì 25 settembre 2017

Recensione: "Questo canto selvaggio" di Victoria Schwab


Trama


Per anni Verity City è stata teatro di crimini e attentati, finché ogni episodio di violenza ha cominciato a generare mostri, creature d'ombra appartenenti a tre stirpi: i Corsai e i Malchai, avidi di carne e sangue umani, e i Sunai, più potenti, che come implacabili angeli vendicatori con il loro canto seducente catturano e divorano l'anima di chi si sia macchiato di gravi crimini. Ora la città è attraversata da un muro che separa due mondi inconciliabili e difende una fragile tregua: al Nord lo spietato Callum Harker offre ai ricchi protezione in cambio di denaro, mentre al Sud Henry Flynn, che ha perso la famiglia nella guerra civile, si è messo a capo di un corpo di volontari pronti a dare la vita pur di difendere i concittadini e ha accolto come figli tre Sunai. In caso di guerra la leva più efficace per trattare con Harker sarebbe la figlia. Così August, il più giovane Sunai, si iscrive in incognito alla stessa accademia di Kate per tenerla sotto controllo. Ma lei, irrequieta, implacabile e decisa a tutto pur di dimostrare al padre di essere sua degna erede, non è un'ingenua...

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Recensione


Sono una fan di Victoria Schwab da quando ho letto per la prima volta di Kell e del suo mantello magico tra i vicoli di una Londra alternativa in A Darker Shade of Magic (finalmente in arrivo anche in Italia, il 12 ottobre, con il titolo di Magic). E, da brava fan, ho atteso questa nuova, ultima fatica dell'autrice con l'acquolina in bocca e le manine impazienti. Voglio dire: mostri di carne e ossa, violini che ti rubano l'anima, fazioni opposte in perenne guerra tra loro, un'eroina super badass, un eroe dall'animo sensibile e tormentato.

E poi, lo stile di Victoria Schwab, la sua fantasia, le avventure e i mondi bizzarri e originali che è capace di creare sono sempre una garanzia e, da questo punto di vista, anche Questo canto selvaggio non fa eccezione.

Il mondo in cui l’autrice ci catapulta è a dir poco brutale: un mondo in cui la violenza è degenerata a tal punto da aver iniziato a prendere vita propria, a generare demoni corporei e tangibili (Corsai, Malchai, e, più temibili di tutti, i Sunai) da affrontare e tenere a bada almeno quanto quelli invisibili. E, nella città divisa e post-apocalittica di Verity City, dove la la sicurezza non solo è un miraggio, ma un miraggio molto costoso, i Corsai, i Malchai, e i Sunai, non sono gli unici mostri da cui guardarsi. Del resto si sa, i più bravi a essere dei mostri sono gli stessi essere umani.
L’insegnante, però, su una cosa aveva ragione: la violenza genera.
Qualcuno preme un grilletto, fa esplodere una bomba, fa precipitare un autobus di turisti da un ponte, e non restano solo bossoli, macerie, corpi. C’è dell’altro. Qualcosa di cattivo. Uno strascico. Un contraccolpo. Una reazione a tutta quella rabbia e dolore e morte.
In questa realtà distorta, Kate, figlia del boss criminale che tiene in pugno mezza città, aspira a essere spietata e senza cuore come suo padre; mentre August - un Sunai, mostro e musicista, generato da un terribile atto - è un animo sensibile in un mondo in cui per la sensibilità c'è poco posto.

Come tipico dell'autrice, la storia inizia con un ritmo lento che ci mette un po’ a ingranare, prendendosi il proprio tempo per introdurre il lettore in questo mondo tanto vivido quanto inquietante. Quando però la storia entra nel vivo, diventa immediatamente difficile staccarsene, grazie a una trama che non dà un attimo di respiro, tra fughe, lotte, e colpi di scena.

Ciò che rende la storia interessante però è il fatto di non fare facili divisioni, di non rendere tutto in bianco e nero, ma di cercare piuttosto di illustrare tutte le varie sfaccettature che il concetto di partenza può assumere. Chi commette violenza per necessità o difesa è anch'egli un peccatore? Chi punisce in nome di una superiorità morale, è davvero sempre nel giusto? Chi è umano, e chi è davvero un mostro?

«Fa male» sussurrò lui.
«Che cosa?»
«Essere. Non essere. Cedere. Resistere. Qualunque cosa faccia, fa male.»
Lei appoggiò la nuca alla vasca. «È la vita, August. Volevi sentirti vivo, giusto? Non importa se sei un mostro o un essere umano. Vivere è doloroso.»

L’unica cosa che mi impedisce di dare al libro un voto pieno è solo il fatto di averlo trovato un filino sotto, un filino meno memorabile, rispetto agli altri libri dell'autrice. Forse perché, pur restando i due concept di base molto diversi tra loro, August e Kate mi hanno dato a tratti l’impressione di essere un po' le versioni young adult e “distopicizzate" di Kell e Lila di A Darker Shade of Magic e, per me, Kell e Lila verranno sempre e comunque prima. Ma è un’impressione del tutto soggettiva e probabilmente dettata dal fatto che, quando qualcuno ti abitua troppo bene, poi si rimane più delusi se rimane anche solo di poco sotto le aspettative.

Ma è innegabile che Questo canto selvaggio rimanga a tutti gli effetti uno  sci-fi YA originale, ben scritto, dal ritmo incalzante, e certamente diverso dal solito.


 

Ship Level



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Recensione di


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