venerdì 9 dicembre 2016

Where's the Poet?: "Donna sterile" di Sylvia Plath

Donna sterile


Vuota, rimando l’eco di ogni minimo passo,
museo senza statue, grandioso di colonne, porticati,
rotonde.
Nel mio cortile una fontana balza e riaffonda dentro di sé,
un cuore monacale, cieca al mondo. Gigli di marmo
esalano il loro pallore come profumo.

Mi immagino con un grande pubblico,
madre di una bianca Nike e di molti Apolli dagli occhi
vuoti.
Invece i morti mi feriscono con le loro attenzioni, e non
può accadere nulla.
La luna mi posa una mano sulla fronte,
senza espressione e muta come un’infermiera.

21 febbraio 1961

Sylvia Plath


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Basta una rapida ricerca per rendersi conto del numero di poesie dedicate alle mamme. Avrei potuto sceglierne una a caso e condividerla in questo articolo, rendendo omaggio a tutte le donne che hanno messo al mondo dei figli. In fondo, con il Natale ormai alle porte, sarebbe stata una scelta accettabile.
Poi il mio pensiero è corso a questa poesia di Sylvia Plath. Nei versi che avete letto, con l’eleganza e l’intimità che contraddistingue il linguaggio poetico, non si respira la gioia e la speranza di una madre, ma il dolore di una donna che non può esserlo.
Non è l’avere o meno dei figli che determina il valore di una donna, anche se troppi si ostinano ancora a giudicare negativamente coloro che scelgono di non diventare madri.

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Barren woman


Empty, I echo to the least footfall,
Museum without statues, grand with pillars, porticoes,
Rotundas.
In my courtyard a fountain leaps and sinks back into itself,
Nun-hearted and blind to the world. Marble lilies
Exhale their pallor like scent.

I imagine myself with a great public,
Mother of a white Nike and several bald-eyed Apollos.
Instead, the dead injure me with attentions, and nothing
can happen.
The moon lays a hand on my forehead,
Blank-faced and mum as a nurse.

21 febbraio 1961

Sylvia Plath

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