giovedì 6 ottobre 2016

Where's the poet: "A mia figlia" di Margaret Mead

A mia figlia


Che io non sia un inquieto fantasma
Che segua ossessivo l’andare dei tuoi passi.
Al di là del punto in cui mi hai lasciata,
Ferma in piedi sull'erba appena spuntata,

Tu devi essere libera di prendere un sentiero
La cui fine io non senta il bisogno di conoscere
Né la febbre affliggente di essere sicura
Che sei andata dove io volevo che andassi.

Quelli che lo fanno cingono il futuro
Fra due muri di ben disposte pietre,
Ma segnano un cammino spettrale,
Un arido cammino per ossa polverose.

Dunque tu puoi andare senza rammarico
Lontano da questo paese familiare,
Lasciando un tuo bacio sui miei capelli
E tutto il futuro nelle tue mani.

Margaret Mead

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Ho un rapporto complicato con mia madre. Originale da parte mia, vero? Solo io e… quanti altri milioni di persone al mondo? Intendiamoci, non è un rapporto apertamente conflittuale; qualche volta mi ritrovo a pensare che sarebbe più facile se lo fosse piuttosto che questo circolo vizioso di senso di colpa, incomprensione e non detto in cui ci troviamo impantanate.

Il fatto è che abbiamo i giorni buoni in cui le cose non vanno così male; poi però ci sono i giorni difficili in cui glielo leggo negli occhi che non sono la figlia che avrebbe voluto e penso che anche lei legga nei miei rabbia, disappunto, frustrazione perché non capisco e non sono capita. Sono i giorni in cui mi sento soffocata quasi dalle parole che vorrei dirle e che probabilmente non le dirò mai, dal suo controllo, dalla presa che ha su di me anche ora che l’infanzia e l’adolescenza sono finite da un pezzo.

Ed è proprio in quei momenti che penso a questa poesia e in particolar modo alla prima volta in cui l’ho letta, perché è stata proprio mia madre a farmela conoscere. Mi ricordo che un giorno di non ricordo quanti anni fa, quando ero ancora una ragazzina, è tornata a casa con un foglio su cui era fotocopiata questa poesia e me l’ha data. Lei era un po’ emozionata, io penso di essermi un po’ commossa: per tanto tempo l’ho tenuta nel mio diario di scuola, portandola con me sempre.

E nelle nostre giornate nere, quando la sento davvero come un fantasma sulla mia testa, quando sento che mi ha spinto e intrappolato lungo un sentiero arido che lei ha spianato e io non volevo, quando il peso della sua incomprensione verso di me, della mia incomprensione verso di lei diventa una macigno nel mio petto, mi aggrappo a queste parole che mi ha regalato tanti fa su un pezzo di carta un po’ spiegazzato. Parole che promettono libertà, libertà di essere qualcuno di diverso da lei, libertà di scegliere la mia strada, libertà di commettere errori che siano miei e basta, di prendere delle sbandate, delle deviazioni, delle svolte sbagliate senza sentire addosso il peso del suo giudizio e delle sue aspettative deluse. E anche se nella realtà dei fatti questo è un tipo di libertà difficile da donare e da conquistare, nelle nostre giornate nere pensare a questa poesia mi aiuta a capire che almeno tutte e due ci stiamo provando, anche se a fatica: io a trovare la strada e lei a lasciare che la percorra.

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Restless ghosts


That I be not a restless ghost
Who haunts your footsteps as they pass
Beyond the point where you have left
Me standing in the new sprung grass,

You must be free to take a path
Whose end I feel no need to know,
No irking fever to be sure
You went where I would have you go,

Those who would fence the future in
Between two walls of well-laid stones
But lay a ghost walk for themselves,
A dreary walk for dusty bones.

So you can go without regret
Away from this familiar land,
Leaving your kiss upon my hair
And all the future in your hands.

Margaret Mead

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