sabato 1 ottobre 2016

Achille & Patroclo


Stasera attingiamo nientepopodimeno che dall'Iliade per la rubrica Friday I’m In Love. Mica pizza, fichi e banane, gente. E abbiamo scelto di parlare di una coppia che spesso non viene in realtà nemmeno considerata tale, vittima di un tabù oscurantista e vetusto che ci piacerebbe, nel nostro piccolo, contribuire a sdoganare. Si parla ovviamente di Achille e Patroclo.


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Tanto per cominciare, partiamo subito sgombrando il campo dai principali equivoci creati da libri di scuola sconsideratamente puritani e americanate con Brad Pitt: se avete studiato su testi come quelli su cui ho studiato io, Patroclo vi è stato venduto molto probabilmente come il migliore amico di Achille. Uhm, come posso metterla?


Se invece avete visto Troy, potreste esservi fatti l’idea che la celebre ira funesta di Achille per le pretese di Agamennone su Briseide fosse dettata da un grande amore per la fanciulla. Beh, di nuovo, come posso esprimermi a riguardo?



Vedete, ad Agamennone e ad Achille di Briseide in quanto essere umano non gliene poteva fregare di meno; avrebbe potuto essere anche un bollitore o un comodino, il legame affettivo sarebbe stato lo stesso. Briseide per i nostri due baldi condottieri omerici era quello che oggi, tanto per modernizzare, potrebbe essere un’auto di lusso, uno status symbol, un simbolo tangibile del proprio successo e della propria figaggine. Per dirla con una terminologia accurata degna del miglior grecista, la contesa iniziale tra Achille e Agamennone è in soldoni una gara a chi ce l’ha più lungo. L’amore non c’entra ma neanche per sbaglio, proprio.

E adesso pensateci un attimo: Achille guarda Achei morire a frotte al sonoro suono di un bel #fottesega. Vedrebbe l’intera Grecia inghiottita nel nulla prima di ritornare in battaglia, nulla può contro il suo orgoglio ferito… E cosa succede? Muore Patroclo. E il mondo si ferma. Non conta più l’orgoglio ferito, non conta continuare a fare il dito a medio ad Agamennone anzi che tornare a combattere, conta solo il suo dolore, grande e potente anche più della sua ira e vendicare la morte del cosiddetto “amico”.

Ora. Leggete qui,  per esempio:

Fra di loro Achille apriva il compianto accorato,

poggiando le mani sterminatrici sul petto del suo compagno,

gemendo senza posa, come leone villoso,

cui nella densa foresta abbia rapito i cuccioli

un cacciatore di cervi; arriva tardi e si dispera,

molte valli attraversa cercando le orme dell’uomo,

se mai lo trovasse; lo invade un rancore pungente:

così gemendo accorato, si rivolgeva ai Mirmidoni:

 "E siccome verrò sottoterra, Patroclo, dopo di te,

non voglio farti le esequie se qui prima non porto

le armi e la testa di Ettore, il tuo valoroso uccisore".

Lasciamo stare tutto il discorso dell’omoerotismo greco, lasciamo stare il paragone che si potrebbe fare tra il compianto di Achille e quello di Andromaca per il marito Ettore, ehi, non siamo a scuola, giuro che dopo non interrogo. (Anche perché se devo essere onesta, sto andando avanti a reminiscenze del liceo, il mio è un lunghissimo bluff nella speranza che un classicista serio non mi sgami) Insomma, senza stare a fare tanti discorsi, alla domanda: “Amici?” io non penso che si possa che rispondere in un solo modo, per utilizzare ancora una volta una terminologia precisa basata su una grande cultura classica:








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