lunedì 19 settembre 2016

Vita da lettrice - Puntata N. 1


Vita da lettrice è la rubrica che narra avventure e disavventure di chi preferirebbe perdersi in realtà parallele fatte di parole e immaginazione e invece è crudelmente costretto a vivere nel mondo vero.


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L'autobus aka a Keanu Reeves e Sandra Bullock in Speed è andata ancora bene


Situazione: fine di un’interminabile giornata universitaria. Il mio unico neurone Pippo sventola pietosamente bandiera bianca, la stanchezza è dilagante e l’obiettivo uno solo: rifugiarsi in solitudine sull’autobus, tirare fuori il libro che sto sognando di finire da tutto il giorno ed estraniarsi da questa Vita Vera estremamente sopravvalutata.












Il piano è chiaro e in apparenza semplice, ma in realtà comporta un’attenta preparazione. Nulla va lasciato al caso. La prima fase fondamentale è la selezione del posto perfetto che mi consentirà finalmente di dare sfogo alla mia profonda e radicata asocialità tristemente frustrata dai doveri quotidiani, perdendomi tra le pagine di un buon libro. Mi rivolgo al mio BFF neuronico, compagno di tante (dis)avventure, Pippo, mio labile barlume di intelligenza, come agiamo? Pippo non esita. Con piglio sicuro entra in modalità neurone giusto al posto giusto, mi fa l’occhiolino e un gesto ammiccante:













  • Ci penso io, baby. (cominciando a fare calcoli su una lavagna) Allora, se la pendenza del pavimento dell’autobus è pari a x elevato al quadrato di y per radice di pi greco fratto settordici, considerato che la lunghezza del veicolo moltiplicato per l’altezza equivale all’area di un triangolo scaleno che abbinato alla temperatura di oggi con un tasso di umidità dell’otto percento, aggiungendo anche un po’ di zucchero che la pillola va giù e sale quanto basta, il risultato finale è: Desenzano del Garda.





Colpa mia, ho dimenticato di computare il fattore più importante, ovvero che Pippo è un coglione e che non ha mai la minima idea di che cosa fa ma neanche per sbaglio. E’ obiettivamente un miracolo se siamo sopravvissuti fino all’età adulta. Poco male, opto per una semplice soluzione: stabilisco che il posto ideale è verso il retro per aumentare la probabilità statistica che la gente si rompa le palle prima e vinta dalla pigrizia si sieda davanti, ma non del tutto in fondo, di modo da evitare i quattro posti finali che chiamano sicuramente compagnia indesiderata.

Orgogliosa delle mie brillanti conclusioni, passo alla fase due: raggiungimento del posto selezionato. Inforco gli occhiali da sole con mossa estremamente figa ed entro in modalità “Mata Hari me’ fai una pippa”, scivolando con finta nonchalance verso la meta con Pippo che mi suona nella testa il motivetto di Mission Impossible. Sono figa, sono carica, sono cool.


E ovviamente faccio solo pochi passi prima di inciampare nello stretto corridoio tra i sedili, precipitando rovinosamente su un povero ragazzo che si era già seduto ignaro del pericolo.


Vedete, sono questi i momenti in cui capisci fino in fondo la differenza tra un libro e la Vita Vera, perché se fossimo in uno di quei romanzi rosa che ho letto a mazzi nella mia vita, questo sarebbe senza dubbio il meet cute per eccellenza (per chi non lo sapesse, nel gergo degli addetti ai lavori meet cute indica il primo incontro tra due personaggi destinati a innamorarsi): se questa fosse davvero la scena di uno dei suddetti romance, io sarei caduta con la leggiadria di un fiocco di neve in una notte d’inverno, con una gambetta alzata in posa deliziosamente sorpresa, tra le virili braccia dello sconosciuto che rimarrebbe incantato dal fascino schietto e genuino della mia adorabile goffaggine, pensando “Ma chi è questa stella cadente piovuta dal cielo se non la madre dei miei futuri figli?!”.


La realtà purtroppo, è un po’ diversa: con l’eleganza elefantiaca che mi contraddistingue, cado pesantemente addosso allo sventurato, con arti che mulinano sgraziatamente in ogni dove, infilandogli un gomito nelle sterno e spezzandogli il respiro per alcuni terrificanti istanti in cui piuttosto che ai nostri futuri bambini, pensa chiaramente “Mio Dio, cos’è questa razzo-cozza con circuiti di mille valvole che sta tentando di assassinarmi?!”. L’incontro finisce con un grugnito irritato da parte sua una volta ritrovato il respiro, per poi ritornare prontamente a ignorarmi con il naso immerso nel cellulare.


Sospiro rimpiangendo di non essere nata Elizabeth Bennett, Pippo mi deride sguaiatamente, io minaccio di rottamarlo mollandolo alla prima discarica che trovo e la missione prosegue: arranco sudata ed emotivamente provata fino al posto prescelto e mi ci abbatto come se fosse la Terra Promessa. Al suono di campane e di cori di angeli nella mia testa, tiro fuori con venerazione il mio libro: quando mi rendo conto che lo sto tenendo sollevato sopra la mia testa con aria commossa come se fosse Simba nel Re Leone e che un signore mi sta guardando con lo sguardo del tipico benpensante da “Va’ là, brutta roba i drogati”, ci do un taglio e cerco di ricompormi, anche perché non è ancora ora di cantare vittoria.



Infatti è ora di passare alla fase tre: prevenire che qualcuno si sieda nel sedile a me contiguo, facendo scoppiare la meravigliosa bolla di solitudine in cui leggere il mio libro finalmente in santa e meritata pace. Sono due le precauzioni fondamentali da adottare.

La prima consiste nell’occupare suddetto sedile con un mucchio di cianfrusaglie così cospicuo da scoraggiare eventuali scocciatori: non perdo tempo e comincio a creare talmente tanti strati di roba che probabilmente il primo risale all’era Paleozoica. Borsa, giacca, cappotto, berretto, ci butto in mezzo anche un tostapane, due mele, due pere, conficco lo stendardo con lo stemma della mia famiglia a testimoniare la conquista e ci siamo. L’occupazione è avvenuta.

La seconda precauzione consiste nel munirsi di auricolari e di notevole faccia di culo per fingere di non sentire arrivare gli altri passeggeri. E’ ora di mettere in campo la mia arma segreta aka The Dude. No, non quello del grande Lebowski, ma il suo (casualmente peraltro dal momento che non ho mai visto il film, disonore su di me e sulla mia mucca) omonimo conosciuto altresì come il mio fidato (e alquanto scassato) iPod. Al rallentatore tiro fuori Dude dalla borsa come se fossi Neo che si prepara con cazzuta mossa di kung-fu a combattere frotte di Agenti Smith e poi con rapida mossa è il turno delle mie cuffie, che faccio volteggiare con piglio esperto in modalità ninja come se fossero nunchaku. Il signore di prima continua a guardarmi con poco velata preoccupazione per questa gioventù bruciata che fa evidentemente uso di sostanze molto pesanti.


Cuffiette nelle orecchie, libro in mano da cui non ho la minima intenzione di alzare lo sguardo, la bolla perfetta è creata. Miei amati mondi immaginari, eccomi, arrivo. Finalmente mi permetto di abbassare la guardia ed è proprio allora che la catastrofe si abbatte su di me.

All’inizio sono solo le vibrazioni di passi leggeri che si dirigono nella mia direzione. Infilo il più possibile il naso nel libro. Percepisco una presenza umana in avvicinamento, sempre più vicino, ne sento ormai il fiato sul collo. Parte in sottofondo l’inquietante colonna sonora di Psycho… Accidenti al solito fine umorista che l’ha messa come suoneria del cellulare personalizzata per la madre o una suocera rompicoglioni. Mi aggrappo alle righe di quel romanzo che non vedevo l’ora di leggere da tutto il giorno come un naufrago a una zattera nel mare in tempesta, se continuo a far finta di niente andrà tutto bene.

Povera stolta, mi sghignazza dietro Pippo.

Infatti una frazione di secondo più tardi succede l’irreparabile. Un colpetto sulla spalla. Gong di morte e distruzione nella mia testa. Altro colpetto sulla spalla. Il gong risuona di nuovo. Colpetto finale e il gong testimonia il mio KO definitivo:


  • E’ libero questo posto?

Una simpatica signora ignara di essere di fronte a Miss Misantropia Duemilatuttiglianni mi guarda piena di aspettativa e io mi stampo  in faccia un sorriso da faccia di merda che di più non si può, come se non vedessi l’ora di avere una compagna di viaggio, sgombro l’intera civiltà che avevo costruito sul sedile vicino, ne accumulo le macerie al mio posto e la simpatica signora si siede.

Mi illudo ancora per pochi momenti che non sia però tutto perduto. Forse la simpatica signora condivide il mio attuale male di vivere nonché la mia inguaribile intolleranza per le chiacchiere da bus e la mia bolla, benché ristretta, non scoppierà miseramente insieme alla mia speranza di perdermi in universi di carta stampata.




La simpatica signora purtroppo però è Satana in incognita sceso sulla Terra per punirmi per i miei peccati, perché il viaggio finisce e io non solo so tutto di lei, ma anche del marito, dei figli, dei nipoti e di tutto il suo albero genealogico a partire dall’Unità d’Italia. Ci scambiamo i numeri di telefono a quel punto, perché ormai la conosco meglio di quanto non conosca il mio stesso fratello ed è ora di  scendere. Intronata, rimango a fissare un paio di minuti il mio povero libro negletto, con le lacrime agli occhi e lo stesso sguardo nostalgico che deve avere avuto Orfeo guardando svanire Euridice. Alzo gli occhi e il solito signore mi guarda torvo scuotendo la testa con disapprovazione, “Ah, i giovani d’oggi, ah, o tempora, o mores” inscritto al neon nel suo sguardo. Mi rompo le palle e ricambio cortesemente con il mio sguardo “Ma un cazzo di meglio da fare, no, amico?!”.


Scendo dal bus e trotterello mestamente verso casa, rimuginando su come la Vita Vera perda sempre 4 a 0 contro la Vita Inventata, perché diciamolo, a Harry Potter con il suo cazzo di mantello dell’invisibilità certe stronzate non sarebbero mai successe.





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