venerdì 16 settembre 2016

Recensione: "Notti in bianco, baci a colazione" di Matteo Bussola




Una raccolta di riflessioni e di frammenti di vita quotidiana di un padre che cresce insieme alle sue figlie, imparando a riscoprire il mondo attraverso la freschezza e lo stupore del loro sguardo.

"Notti in bianco, baci a colazione" di Matteo Bussola


Editore: Einaudi
Data di uscita: 24 giugno 2016
Pagine: 184
Cartaceo: 17 € | Ebook (Kindle): 7,99 €
Genere: narrativa contemporanea

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Trama


Il respiro di tua figlia che ti dorme addosso sbavandoti la felpa. Le notti passate a lavorare e quelle a vegliare le bambine. Le domande difficili che ti costringono a cercare le parole. Le trecce venute male, le scarpe da allacciare, il solletico, i «lecconi», i baci a tutte le ore. Sono questi gli istanti di irripetibile normalità che Matteo Bussola cattura con felicità ed esattezza. Perché a volte, proprio guardando ciò che sembra scontato, troviamo inaspettatamente il senso di ogni cosa. Padre di tre figlie piccole, Matteo sa restituirne lo sguardo stupito, lo stesso con cui, da quando sono nate, anche lui prova a osservare il mondo. Dialoghi strampalati, buffe scene domestiche, riflessioni sottovoce che dopo la lettura continuano a risuonare in testa. Nell'«abitudine di restare» si scopre una libertà inattesa, nei gesti della vita di ogni giorno si scopre quanto poetica possa essere la paternità.

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Recensione




Ho scoperto questo libro in una fase particolare della mia vita, ovvero quel terrificante momento di puro orrore e sgomento familiare a tutti gli studenti universitari, altresì conosciuto in termini molto meno melodrammatici come “stesura della tesi”. E come molti di voi sapranno è davvero un momento delicato, in cui i nervi sono a fior di pelle, hai un tasso di giramento di coglioni pari a quello di un gatto inferocito a cui ha preso fuoco la coda mentre veniva inseguito da un cane formato dinosauro, oscilli tra la voglia di raggomitolarti in posizione fetale sul divano rimembrando tristemente tempi più felici e un’esagitazione maniacale che ti spinge ad aggirarti senza pace con due occhi allucinati stile Arancia Meccanica.

E voi direte, “Molto bello che tu ci intrattenga con i cazzi tuoi, ma il punto di tutto ciò? Ti sei dimenticata che stavi recensendo un libro? La vecchiaia galoppa?”, e io vi risponderò: “Con calma. Ci sto arrivando. L’ho presa alla larga, ma ci arrivo, abbiate fede”. Il punto è: questo è uno di quei (rari, almeno per la mia esperienza) libri che ti curano davvero l’anima e  ti riconciliano con l’universo.

In un momento in cui odiavo il mondo, in cui il mio unico neurone Pippo (imparerete a conoscerlo, una vera drama queen ma di quelle patentate proprio) implorava pietà e nello stesso tempo minacciava di compiere harakiri se avessi letto anche solo un altro articolo di linguistica, ma non prima di avermi torturato infilandomi a forza nella testa MIRA SOFIAAAAA (se c’è una cosa che Pippo sa fare, è sfruttare il tormentone estivo di turno per infliggere sofferenza), in questo momento di grossa crisi, questo libro è stato in grado di riappacificarmi con l’esistenza, lasciandomi con il sorriso sulle labbra e il cuore piacevolmente caldo.

Si tratta di una sorta di diario scandito dalle quattro stagioni dell’anno, in cui l’autore racconta piccoli episodi della sua vita, divisa tra le tre figlie, la compagna, un paio di cani, il lavoro e le incombenze di una quotidianità di cui sa raccontare e cogliere la magia, con dolcezza, ironia e umorismo. E’ in particolar modo l’esperienza della paternità al centro di questo universo che Matteo Bussola ci dipinge attraverso riflessioni e frammenti di vita quotidiana, piccoli e immensi nello stesso tempo. Essere il padre di Virginia, Ginevra e Melania, è il giro di boa, il punto di svolta da cui non si torna più indietro e che cambia totalmente la prospettiva da cui si vede il mondo; infatti se il compito di un padre da una parte è quello di crescere le figlie, dall’altra è anche quello di imparare da loro e di crescere a sua volta, perché ci sono alcune cose che solo un bambino può insegnare, con quella saggezza ancestrale ed istintiva e quel modo di vedere l’esistenza con occhi nuovi e stupiti, che forse purtroppo con l’età un po’ perdiamo, ma che l’autore riscopre proprio grazie alle sue tre ottime insegnati, per usare parole sue.

Intendiamoci, non è una vita idealizzata e completamente idillica quella che viene fuori alla fine ed è anche per questo che il libro mi è tanto piaciuto, per il suo sapore molto vero e molto onesto: non è un mondo perfetto e fasullo da sitcom, ma un mondo domestico, fatto di routine, di bambine da portare a scuola, di spese da fare, di cene da preparare, di stanchezza e delle notti bianche del titolo, perché essere genitori non è un lavoro facile, ma tua figlia che ti si addormenta sulla pancia alla sera o farsi insegnare che l’amore non può essere imprigionato dalla gabbia della grammatica e da un genere singolare troppo costrittivo per contenerlo, ecco, sono questi i piccoli momenti immensi che valgono tutta la stanchezza e l’eterno debito di sonno.

Scritto in uno stile volutamente semplice e colloquiale, perché la formalità non può appartenere alla lingua della famiglia e degli affetti, è un libro ricco di umorismo (ci sono alcune pagine esilaranti, una su tutte una conversazione in francese maccheronico che ancora oggi a distanza di mesi dalla prima lettura vado a rileggermi se ho bisogno di una risata che ammazzi la tristezza) e di emozioni, che fa ridere e commuovere, e da cui ci si stacca con il sorriso sulle labbra, pensando che tutto sommato la vita non fa così schifo, che forse il mondo non è poi un posto così brutto e crudele e che forse è possibile trovarci ancora un po’ di magia nonostante tutto.








Recensione di
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